Quanto ha pesato l’effetto Saviano sull’elezione di De Magistris

La vittoria di Pisapia a Milano travisa il successo di De Magistris a Napoli, perché produce l’illusione che entrambi facciano parte di un unico processo politico: il vento che cambia e gonfia le vele dell’Italia antiberlusconiana. Non è così. Le cose, a Napoli, sono più complicate. De Magistris è un colosso su un cumulo di macerie. Il successo elettorale dell’ex pm è fatto tutto di queste macerie. di Adolfo Scotto di Luzio
16 AGO 20
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La vittoria di Pisapia a Milano travisa il successo di De Magistris a Napoli, perché produce l’illusione che entrambi facciano parte di un unico processo politico: il vento che cambia e gonfia le vele dell’Italia antiberlusconiana. Non è così. Le cose, a Napoli, sono più complicate. De Magistris è un colosso su un cumulo di macerie. Il successo elettorale dell’ex pm è fatto tutto di queste macerie. Dal primo al secondo turno la sua affermazione dà il colpo di grazia a quello che resta del centrosinistra a Napoli dopo diciotto anni di governo ininterrotto. Ma anche dall’altra parte le cose non vanno meglio. Il personale politico del Pdl napoletano è meno che mediocre. Ed è totalmente incapace di avvertire l’urgenza di attrezzarsi per esercitare una qualche funzione di direzione politico-ideologica dell’opinione pubblica. Senza Berlusconi il Pdl è il nulla; e quando Berlusconi sembra non avere più la capacità di organizzare il consenso intorno a sé, dal suo partito non viene una voce in grado di riempire quel vuoto.
Napoli è totalmente assente alla rappresentazione della destra berlusconiana in città e Lettieri si muove in un campo politico pressoché deserto di idee. La città, e in generale il sud, per il Pdl napoletano non sono altro che il terreno dell’applicazione del potere miracolistico del capo. Quando il capo perde la capacità di fare miracoli i suoi accoliti restano completamente muti, mentre i più furbi cominciano a defilarsi.

Il fatto è che a destra come a sinistra, la città non ha visto in questi venti anni una nuova leva di dirigenti politici. A destra neanche a parlarne. A sinistra, le primarie sono state il prolungamento di un duello che nella vecchia federazione comunista napoletana ha opposto per decenni ingraiani e miglioristi.

Umberto Ranieri, che è il più giovane e anche l’ultimo rappresentante dell’ala amendoliana del Pci, ha oggi sessantaquattro anni ed è un sopravvissuto. L’umiliazione che ha subito da Luigi de Magistris, che da ultimo gli ha rifiutato la poltrona di vice sindaco mettendolo di fatto alla porta, sancisce nel modo più crudele la fine di una storia che è stata gloriosa. Ma delle tradizioni politiche accade esattamente quello che accade degli uomini, invecchiano. E muoiono. La storia della sinistra riformista a Napoli finisce il 6 maggio di quest’anno con i funerali di Andrea Geremicca. Dopo non c’è stato nessun altro segno che il Partito comunista era finito da tempo, da molto prima del suo scioglimento ufficiale sulla soglia degli anni Novanta. E nessuno è venuto fuori dalla stagione bassoliniana. I due sfidanti di Umberto Ranieri alle primarie, Nicola Oddati e Andrea Cozzolino, sono due grigi funzionari locali del Pci. Il governo di Bassolino è stata la grande occasione della loro vita. Si sono dati una sistemata, messo il vestito buono e sono entrati nel bel mondo napoletano. Ma lì sono anche rimasti. Sono queste le macerie su cui De Magistris ha conficcato la bandiera della vittoria. Sia ben chiaro, l’ex pm non è solo il trionfatore delle rovine napoletane. A guardarlo da vicino il suo successo è anche costruito di molti rimasugli. Accanto a lui ci sono, insieme con un manipolo di trenta quarantenni alle prime armi, veri e propri avanzi del gauscismo napoletano degli anni Ottanta. Oscuri funzionari della vecchia Democrazia proletaria cui Rifondazione comunista ha assicurato uno stipendio e che oggi si ritrovano sotto la sigla della Federazione della sinistra. Negli anni scorsi hanno fatto il bello e il cattivo tempo a Napoli, paralizzando l’azione amministrativa al comune e alla regione. Hanno sabotato il piano industriale dei rifiuti. Sobillato la jacquerie urbana contro il termovalorizzatore. Sono insomma un bel pezzo del marasma napoletano. E oggi fanno il loro ingresso trionfale nella città liberata. I primi occupanti a diventare liberatori.

Ma non è questo il pezzo più importante della storia. Conta proprio la povertà dell’esperienza politica di De Magistris. Quelle macerie. E’ qui che sta la sua forza. De Magistris non aveva letteralmente niente e ha dovuto farcela con il poco che aveva. Mettendo insieme, appunto, dei frammenti sparsi. L’esperienza di De Magistris è costruita dal poco e questo gli ha permesso, come direbbe lui, di non guardare in faccia a nessuno. Né a destra, né a sinistra.

Da questo punto di vista De Magistris è un vero e proprio barbaro, un uomo nuovo senza legami e senza obblighi. Si è fatto strada in un paesaggio descritto da una distruzione e ha messo a profitto l’esperienza collettiva della distruzione. Tutto questo fa pensare a una guerra. Ora, siccome la guerra non c’è stata e le macerie sono soprattutto metaforiche, si tratta di capire chi le ha prodotte. Accanto al fallimento di una classe politica, l’altro versante della crisi napoletana è infatti l’allestimento dello spettacolo della catastrofe. La Gomorra permanente, che è diventata in questi anni l’immagine dominante della città. Quella che ho definito la povertà dell’esperienza politica di De Magistris è infatti l’esito vittorioso di una messa in scena. Pensate alle narrazioni dominanti di questi anni. I napoletani non avevano più niente. Il paesaggio devastato, i politici corrotti, la camorra dappertutto. Tra i nomi della giunta di De Magistris spunta quello di Raffaele Del Giudice, direttore di Legambiente Campania. La sua notorietà è legata a un film straziante, Biutiful cauntri, una sorta di epicedio della natura in provincia di Napoli. Lo stesso che compare in una splendida marina di Filippo Palizzi. Oggi ci sono solo i rifiuti. Su questo deserto si staglia la figura dell’eroe. Saviano è stato il campione di questa narrazione della povertà dell’esperienza napoletana. De Magistris è nato nelle trasmissioni di Santoro. Da anni Napoli attendeva il suo eroe e alla fine l’eroe è arrivato. De Magistris è in politica (di una politica che però ha abolito qualsiasi ragione politica) quello che Saviano è per l’editoria di consumo. Il barbaro posticcio della nuova industria culturale di massa.
di Adolfo Scotto di Luzio